Archive for Luglio 2008
Alto Commissario anticorruzione…
… per la precisione Alto Commissario per la prevenzione e il contrasto della corruzione e per le altre forme di illecito nella pubblica amministrazione.
L’ente di cui sopra nasce formalmente nel 2003 in seguito agli obblighi derivati dalla partecipazione dell’Italia ad organizzazioni internazionali quali l’Osce e l’Onu. Sul portale dell’Alto Commissario si legge che l’Osce in particolare, ha raccomandato l’istituzione dell’ ufficio e l’Onu si è fatta promotrice di fatto “di una Convenzione contro la corruzione – firmata a Merida, in Messico, nel dicembre 2003 anche dall’Italia – che prevede l’impegno per i paesi membri a sviluppare una strategia nazionale anticorruzione, anche attraverso l’istituzione di appositi organismi”.
La legge istitutiva approvata dall’allora Governo Berlusconi indicava come finalità dell’ufficio il “contrasto della corruzione e delle altre forme di illecito all’interno della pubblica amministrazione”. Tale legge prevedeva inoltre una spesa annua massima di 582.000 € e la stesura di un successivo regolamento “volto a determinare la composizione e la funzione dell’Alto Commissario al fine di garantirne l’autonomia e l’efficacia operativa”.
Nonostante nel corso degli anni l’Ufficio si sia fatto promotore di numerose indagini e studi di non trascurabile rilievo, non sempre ha avuto “vita facile”. Repubblica il 19 dicembre 2006, riporta la notizia secondo cui Gianfranco Tatozzi, allora a capo del Commissariato, consegna le sue dimissioni. Tatozzi, si legge nell’articolo, “accusa ilgoverno di non voler fare sul serio nella lotta alla corruzione [...] parla del decreto Bersani che entro il 4 gennaio impone a strutture come la sua un rinnovo tramite decreto del Presidente della Repbblica” indicando il suddetto limite come “impossibile da rispettare, e quindi non è altro che un modo silente e surrettizio per cancellare l’alto commissariato”. Tatozzi lascia l’ufficio nel pieno di un’azione molto importante realtiva alla vendita di immobili pubblici in particolare quelli ceduti da Inps e Impdai. L’indagine verrà conclusa nell’ ottobre dello stesso anno e il Commissariato manterrà le sue funzioni.
Fino al mese scorso. O meglio fino al 25 giugno 2008, quando con decreto legge n. 112 (art.68 comma 6) il Governo sopprime il suddetto Ufficio e si riserva di indicare successivamente l’amministrazione a cui vengono trasferite le sue funzioni.
A nulla sono servite le proteste dei segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, o il disappunto di Drago Kos, presidente del GRECO (Group of States against Corruption), che in una lettera indirizzata all’Alto Commissario Vincenzo Grimaldi, epsrime la sua preoccupazione e teme che “l’Italia stia per faredei passi indietro in una situazione nella quale non esiste una reale volontà politica di combattere la corruzzione”.
Il commissariato verrà comunque chiuso ad agosto.
La cosa sconcertante è che tutto ciò avverrà nell’indifferenza più totale. Tutt’oggi le fonti che parlano di quanto sta accadendo sono davvero scarse. A parte qualche riga scritta da Il Sole 24 ORE e da Information, l’unica testata che ne parla in maniera più approfondita è il Financial Times in un articolo del 18 luglio, che oltretutto sottolinea come (mia trad.) “solo la scorsa settimana al G8 in Giappone, Mr Berlusconi ha lodato il lavoro del suo Alto Commissario contro la corruzione, che nominò nel 2003. Ma non menziona che un decreto legge del 25 giugno dell’Ufficio del Primo ministro avrebbe soppresso la commissione ad agosto”.
Tutto il resto della stampa tace.
Indignati, ma per cosa?
Siamo tutti indignati. Il gesto di Bossi ha fatto vergognare tutta Italia. Fronte comune di tutta la classe politica contro le parole e i gestidel Ministro. La sinistra L’opposizione non è mai stata così compatta:
Felice Belisario: “stiamo pensando a tutti gli strumenti parlamentari e valutiamo tutte le opportunità, anche la mozione di sfiducia”
Walter Veltroni:“Non vorrei che si finisse con una censura a Mameli, piuttosto che con la valutazione delle gravi parole di un ministro della Repubblica”.
Non meno malleabile la posizione delle più alte cariche dello Stato:
Gianfranco Fini: l’inno «rappresenta per il popolo italiano un simbolo che va rispettato, «nessuno deve offendere il sentimento di unità nazionale» che rappresenta, «men che meno un ministro», e «non esiste un’Italia del nord, del centro e del sud, ma un’unità degli italiani che in quel simbolo si riconoscono».
Renato Schifani: “I simboli della patria e dell’unità dello stato sono sacri”.
Un po’ più teneri ma comunque critici gli esponenti della maggioranza.
Bene, mai si è vista un unità del genere nel nostro Parlamento. Ma poi ho pensato. Ho pensato a quello che è successo in questi ultimi mesi.
Ho pensato che qualche mese fa più della metà dei cittadini italiani ha votato un uomo che oltre ad essere una grande imprenditore, quindi potenzialmente interessato verso alcune riforme piuttosto che altre, ha non pochi procedimenti giudiziari a carico (ovviamente si sottolinea che il Presidente del Consiglio è tutt’oggi incensurato in quanto i procedimenti penali precedenti sono terminati con assoluzione, proscioglimento e archiviazione).
Ho pensato che nonostante tutti i suoi impegni Berlusconi ha fatto sparire in quattro e quattr’otto tutta la spazzatura di Napoli e non contento ha mandato una lettera ai sindaci nella quale chiede di mantenere Napoli pulita come lui l’ha lasciata. Dubito che i primi cittadini campani debbano sforzarsi più di tanto per mantenere l’impegno.
Ho pensato che Brunetta, il Ministro per la Pubblica Amministrazione e l’ Innovazione, ha delle idee che in teoria non sono niente male, anzi. Peccato che le metta in pratica in maniera del tutto sbagliata.
Ho pensato che nonostante tutte le polemiche il lodo Alfano è passato, e che in autunno ci fanno una riforma giudiziaria da far accapponare la pelle.
Ho pensato che si sta facendo carta straccia della Costituzione, ma che il Parlamento non si indigna per questo.
Poi penso a Mameli, che ogni tanto ci guarda e che oggi è lì con Novaro e gli sussurra che metterebbe volentieri il suo inno sotto i piedi, se come ricompensa potesse avere per l’Italia una classe dirigente degna di essere chiamata tale.
Muoio, se così deciderà il mio partito
Quello che io chiedo al partito è uno sforzo di riflessione/ in spirito di verità. Perchè la verità, cari amici, è più grande di qualsiasi tornaconto. Datemi da una parte milioni di voti e toglietemi dall’altra parte un atomo di verità ed io sarò comunque perdente
A.Moro, Scritto per il presidente della Commissione giustizia della Camera dei deputati Riccardo Misasi.
Se ne parla tanto oggi, di politica. Della maniera di fare politica, della maniera di fare antipolitica, della maniera di fare giornalismo, che abbiamo perso di vista il punto centrale. La verità. Lo abbiamo perso tutti: cittadini, politici, giornalisti, opinionisti, sciocchi blogger che come me pensano di sovvertire il mondo con un inulso foglio elettronico.
La verità, per favore. Qualcuno sa dirmi dove abbiamo lasciato la verità?
Aldo Moro. Tutti sanno chi è. Tutti sanno che quegli avvenimenti sono agli antipodi del concetto di verità. Qualcuno ha vissuto questa tragedia mentre si svolgeva, altri l’hanno vista solo come un ombra negli anni della loro infanzia, altri ancora la studieranno semplicemente sui libri di storia.
Se ne parla in continuazione, ogni tanto c’è qualcuno che tira fuori qualche indiscrezione, qualche nuova confessione, qualche nuovo dettaglio. Sciocchezze.
Perchè la vera eredità che doveva lasciarci io non l’ho sentita mai. Del richiamo che lui lancia contantemente e instancabilmente nei confronti di quella che dovrebbe essere l’umanità della politica, io non ho mai letto nulla.
L’umanità della politica, l’umanità dei politici. A quanti di voi sarà venuto un sorriso amaro leggendo.
Lascio un suo scritto, non è uno scritto politico, è lo scritto di uomo. Semplicemente un uomo:
Mio carissimo Luca, casa
Non so chi e quando ti leggerà questa lettera del tuo caro nonnetto. Potrai capire che tu sei stato e resti per lui la cosa più importante della <vita>. Vedrai quanto sono preziosi i tuoi riccili, i tuoi occhietti arguti pieni di memoria, la tua inesauribille energia. Saprai così che tutti ti abbiamo voluto un gran bene ed il nonno, forse, appena un po’ più degli altri. per quel poco che è durato sei stato tutta la sua vita.
Ed ora il nonno Aldo, che è costretto ad allontanarsi un poco, ti ridice tutto il suo infinito affetto ed afferma che vuole restarti vicino. Tu non mi vedrai, forse, ma io ti se/guirò nei tuoi saltelli con la palla, nella tua cor[sa] al cuscinone nel guizzare nell’acqua, nel tirare la corda al motore. Io sarò là e ti accarezzerò, come sempre ti ho accarezzato, dolcemente il visino e le mani. Ti sarò accanto la notte, per cogliere l’ora giusta della pipì, e farti poi dolcemente riaddormentare. E la mattina pronta la vestaglietta, magari con le scarpe pronte in mano in attesa della pizza o del pane fresco. Queste sono state le grandi gioie di nonno e, per quanto possibile lo resteranno. Cresci buono, forte, allegro [,] serio. Il nonno ti abbraccia forte forte, ti benedice con tutto il cuore, spera sia in mezzo a gente che ti vuol bene e che [faccia la sua parte]
Con tanto amore
il nonno
A. Moro, al nipote Luca
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Note:
- L’intervento non vuole cominciare una disquisizione politico storica sul caso Moro. Credo che sarebbe riduttivo e alquanto fuori luogo. Vuole solo essere un contributo su uno dei tanti lasciti che ci sonostati regalati da questo grande politico;
- la frase citata nel titolo del post è tratta dalla <<Lettera al Partito della Democrazia Cristiana>>;
-
le citazioni sono tratte fedelmente dal libro “Aldo Moro. Lettere dalla prigionia” di Miguel Gotor. I segni grafici sono inseriti dall’autore per indicare il cambiamento di pagina (/), le parole scritte tra le righe o aggiunte posteriormente dall’autore (<> ) e le integrazioni di lettere o parole omesse per evidenti sviste dello scrivente o dei fotocopiatori o nel caso di congetture ritenute altamente probabili([ ]);
- mi scuso per il basso grado di argomentazione del post, ma la lettura di queste lettere mi ha lasciato addosso una serie di sentimenti che vanno dalla rabbia all’insignazione passando per il dispiacere, che qui mi è difficile esprimere.
Vigliacco opportunismo nonchè stumentalizzazione
La Repubblica on-line riporta oggi, sotto la voce “rubrica” (sarà poi degna di essere chiamata così?), un articolo scritto ieri dall’ormai amatissimo Travaglio il cui titolo è – indovinate – “Impari opportuntà”. A cosa vorrà mai riferirsi quest’uomo? Ma vediamo…
Travaglio riporta due notizie:
“Mara Carfagna appare più o meno come Eva nel paradiso terrestre, comunque ricolma di intensa sensualità. In piedi, a seno scoperto, la futura ministro delle Pari opportunità, scultorea, come anche distesa dentro una rete da pesca, o languida in un groviglio di maschioni, opportunamente pelati. Le pose sono quelle tipiche dei calendari, per loro natura nemici giurati dell’ironia, per cui lei ora si spreme un pompelmo in bocca, ora depone il piedino nelle mani callose di un anziano pescatore, in verità stranamente impassibile, e nei pressi c’è pure un somaro, il che aumenta la silenziosa fissità dell’immagine” (Filippo Ceccarelli, La Repubblica, 18 maggio 2008).
“Veneto: dodicenne vendeva sue foto sexy per comprare vestiti firmati Treviso, choc in scuola media. Ora ragazzina seguita da psicologo. Foto sexy in cambio di soldi per avere quei vestiti alla moda che i genitori non volevano comprarle. Protagonista una studentessa 12enne delle scuole medie di Treviso che si fotografava seminuda con il videofonino nei bagni dell’istituto e poi vendeva i suoi scatti osé ai compagni, al costo di 5 o 10 euro. Della vicenda si sta occupando il provveditore agli studi, Maria Giuliana Bigardi, che, come si legge sul quotidiano La Tribuna, si dice ‘preoccupata per la crescente disattenzione delle famiglie nei confronti dei figli’. La storia è venuta alla luce casualmente grazie ad un professore che, preoccupato che la giovane fosse finita nella rete di qualche pedofilo, ha avvisato il provveditorato. Ora la ragazzina è seguita da uno psicologo e i genitori hanno deciso di trasferirla dal prossimo anno in un altro istituto” (Apcom, Roma, 28 giugno 2008).
Alcune considerazioni soltanto:
posto che è condivisa ormai da tutti l’opinione secondo cui il mondo dei mass-media, o meglio lo squallido utilizzo che più spesso se ne fa ha portato ad un generale decadiemento dei valori che ci erano propri anche solo una decina di anni fa;
considerato che i mass-media non sono Mara Carfagna;
evidenziato che la notizia della ragazzina dodicenne di Trieste risale addirittura al 28 giugno 2008, in definitiva a 14 giorni prima della stesura della “rubrica” sopra citata;
Possiamo concludere che:
a meno che Travaglio non sia in grado di argomentare la caduta dei valori tradizionali che hanno portato ad una generale identificazione del proprio corpo come merce di scambio, con conseguenti riferimenti filosofici e pedagogici e con un analisi seria della degenerazione della comunicazione di massa e dell’uso che se ne fa, io credo che il “giornalista” sopra indicato non possa permettersi di strumentalizzare un avvenimento del genere esclusivamente per attaccare una personalità, politica o dello spettacolo poco importa.
Perchè oggi parlare di precariato è facile. Scritto lunedì 28 aprile 2008
LA GRAZIA DEL PRECARIATO
<<L’ossessione del “giovane” cinema italiano è il precariato, quel diffuso stato di incertezza, provvisorietà, malsicurezza che accompagna molti giovani alle prese con il lavoro. D’altronde nella stessa parola precarietà c’è la precis latina, la preghiera, a significare una condizione che si ottiene con suppliche o si concede per grazia. Scorrendo alcuni titoli recenti – Giorni e Nuvole di Silvio Soldini, Le pere di Adamo di Giudo Chiesa, Parole sante di Ascanio celestino, In fabbrica di Francesca Comencini, Signorinaeffe di Wilma Labate, Cover boy di Carmine Amoroso, Riprendimi di Anna Negri e sopratutto Tutta la vita davanti di Paolo Virzì -, si dispiega un grande disegno di precarizzazione di massa. Brutti tempi.
Il luogo simbolico della percarietà è il call-center, di cui tratta il film di Virzì e di cui si è accupata di recente una sentenza della Corte Costituzionale. I call center (che, detto tra noi, paiono un labirinto di insensatezza e non aiutano mai a risolvere un problema) rappresentano lo spazio scenico della precarietà. Ma, ecco la domanda fondamentale: i call center aiutano i giovani o sono la loro nuova condanna? Avendo come punto di riferimento gli uomini di spettacolo, non posso che rifarmi a loro, a due dei migliori: Paolo Virzì e Claudio Bisio, supremo mentore di Zelig, il più trendy fra gli spettatori giovani e comici.
Virzì odia i call center, e forse ha ragione. In verità, odia anche l’unico critico che ha espresso qualche riserva sul suo film e alle Invasioni Barbariche lo ha bollato col termine ignobile di “killer”. Sono però sicuro che nel frattempo Virzì avrà già inviato un mazzo di fiori a Mariarosa Mancuso con un bigliettino di scuse. Odia i critici “non amici”, ma sopratutto i call center, fucine di sfruttamento giovanile, location infernali rette da logiche televisive.
Bisio invece ama i call center, altrimenti da anni non gratificherebbe con la sua testimonianza uno spot seriale che esalta l’utilità, l’indispensabilità, persino l’amicizia dei call center. Prima di firmare il contratto, come fa Mike Buongiorno, avrà visistato i call center, si sarà fatto un idea, no?
Difficile scegliere, anche perchè, come si diceva un tempo (quando era più facile spartire il bene dal male) i due sono di sinistra, sono guru, sono nostre guide spirituali. Virzì o Bisio? Cinema o pubblicità? Virzì regista di cinema o VIrzì regista di spot, a chi credere?>>
Aldo Grasso, da Magazine, n. 17, 24 aprile 2008
Caro Grasso,
generalmente apprezzo molto il suo “Giro di vite”. E’ uno degli appuntamenti settimanali a cui non manco mai. Devo ammettere che non sempre sono d’accordo con le cose che dice. Ma continuo comunque a leggerle assiduamente.
Tuttavia questa volta non posso che esprimere il disappunto che ho provato leggendo “La grazia del precariato”.
Le si pone una domanda che indica come “fondamentale”: i center aiutano i giovani o sono la loro nuova condanna?
Domanda giustissima, io credo. Ma come può rispondere in maniera esauriente se, solo qualche rigo prima, in una lunga rassegna di titoli cinematografici ha messo sullo stesso piano il lavoro precario comunemente definito, la situazione del lavoro nelle fabbriche negli anni ‘50, gli scioperi degli operai della Fiat degli anni ‘80, l’immigrazione?
Come fare chiarezza in un campo già di per se complicato, se lo si contamina con ambiti del tutto differenti? Ma la cosa che più di tutto mi ha rattristato è stato vedere una persona colta e preparata come lei, non rispondere ad una domanda tanto “fondamentale”, ma utilizzarla solo per attaccare il comportamento di Virzì nei confronti dei critici e le modalità con cui Bisio sceglie i suoi contratti.
Dopotutto, quella domanda lì non doveva avere tutta questa importanza.
Scritto martedì, 1 aprile 2008
Leggendo il quotidiano stamattina quasi faticavo a crederci. Su tutte le prime pagine dei giornali era riportata la notizia delle polemiche seguite alla nomina di Milano come città ospitante l’expo 2015.
La cosa che lascia basiti, a tratti increduli, è che la coalizione che con molta probabilità sarà a capo del prossimo Governo, non si fa scrupoli ad utilizzare a scopo lesivo un successo che, in questo particolare momento di crisi dovrebbe unire il Paese. Il Giornale è in prima linea nell’impiego di un simile evento a scopo di propaganda elettorale. Propaganda elettorale sporca, mi sentirei di aggiungere. Sporca perchè fondata sulla denigrazione dell’avversario piuttosto che sull’esposizione di un programma di Governo adeguato ed efficiente. Non che la sinistra si stata in grado di fare di meglio.
L’unica cosa che mi sento di dire a riguardo è che la colpa non è dei nostri politici. La colpa è soprattutto nostra. Siamo stati così abituati a essere presi in giro dai nostri deputati, ad essere sottoposti ai loro interessi particolari, a guardarli entrare ed uscire dalle aule dei tribunali, che abbiamo cominciato a pensare che tutto ciò fosse giusto, che tutto ciò fosse normale, che fosse questo il vero “fare politica”.
Non so voi, ma io credo che l’Expo non ce lo siamo meritato. Io credo che in questo frangente persino la Turchia sarebbe stata in grado di fare meglio.
IL GIORNALE: “Berlusconi esulta: grande successo nonostante Prodi”
LA REPUBBLICA: “Expo: scontro Prodi – Berlusconi
IL CORRIERE: “Expo 2015, ha vinto Milano”
LIBERO: “Milano si prende l’Expo. Prodi e Berlusconi si prendono a sberle”
L’UNITA: “A Milano l’expo 2015″




