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Risposte dal 1993
A questa specie di articolo: “Ma per favore non ricominciamo la lagna del Sud”
Il Mezzogiorno è dunque oggi, per lo meno sul piano del costume politico, dell’espressione dello spirito pubblico, quello che il sistema politico italiano ha voluto che fosse, o quanto meno ha finito col far diventare. Tutto questo non può essere dimenticato da chi non si accontenta di esemplificazioni e si accosta alla storia recente di queste regioni del paese con la volontà di esaminare e capire. Soprattutto non può essere dimenticato da chi oggi rivendica la diversità di ricchezza, di storia, di capacità dell’Italia del Nord. L’Italia meridionale è alle prese con problemi che conosciamo, anche per effetto di un modello di sviluppo industriale che ha cumulato vantaggi relativi incomparabili nell’area economicamente più forte della penisola. Mentre l’emigrazione, fenomeno necessario e fisiologico di questo dopoguerra, ha poi finito col privare le regioni meridionai delle energie umane più intraprendenti e attive, delle sue intelligenze più creative, segnando alla fine un altro punto di svantaggio relativo per il Sud: perchè esso è venuto perdendo, per questa via, grandissima parte delle sue energie e delle sue figure intellettuali, quelle che oggi, disseminate in ogni angolo d’Italia, fanno parte -spesso in posizioni di grande responsabilità- della classe dirigente nazionale, operando nelle Università, negli ospedali, nei quadri della magistratura, nell’editoria, nei giornali, nella scuola.
Fra la conoscenza scientifica dell’Italia meridionale, proposta oggi da un numero straordinariamente vasto di studi realizzati da storici, economisti, sociologi, antropologi, geografi, scienziati del territorio, e la rappresentazione che ne danno la stampa e la televisione esiste una distanza di qualità e di merito che negli ultimi tempi è apparsa sempre più incolmabile. Sicché anche il quadro interpretativo che si offre del Mezzogiorno contemporaneo può essere osservato per tanti versi come il risultato, quasi la derivazione culturale di un assetto del sistema politco nazionale: all’interno del quale l’immagine che si dà di una gran parte della penisola appare come sottratta a chi ha la legittimità scientifica e professionale per parlarne e viene tenuta per così dire in condizione di monopolio da frettolosi giornalisti dell’establishment, opinionisti che scrivono un libro in un mese -e che scambiano le chiacchiere con qualche conoscente per indagini sul campo-, annusatori di notizie, forbite penne che nella patria della retorica trovano sempre un mercato sicuro.
Dall’introduzione di Breve storia dell’Italia meridionale dall’Ottocento a oggi, P. Bevilacqua
Alto Commissario anticorruzione…
… per la precisione Alto Commissario per la prevenzione e il contrasto della corruzione e per le altre forme di illecito nella pubblica amministrazione.
L’ente di cui sopra nasce formalmente nel 2003 in seguito agli obblighi derivati dalla partecipazione dell’Italia ad organizzazioni internazionali quali l’Osce e l’Onu. Sul portale dell’Alto Commissario si legge che l’Osce in particolare, ha raccomandato l’istituzione dell’ ufficio e l’Onu si è fatta promotrice di fatto “di una Convenzione contro la corruzione – firmata a Merida, in Messico, nel dicembre 2003 anche dall’Italia – che prevede l’impegno per i paesi membri a sviluppare una strategia nazionale anticorruzione, anche attraverso l’istituzione di appositi organismi”.
La legge istitutiva approvata dall’allora Governo Berlusconi indicava come finalità dell’ufficio il “contrasto della corruzione e delle altre forme di illecito all’interno della pubblica amministrazione”. Tale legge prevedeva inoltre una spesa annua massima di 582.000 € e la stesura di un successivo regolamento “volto a determinare la composizione e la funzione dell’Alto Commissario al fine di garantirne l’autonomia e l’efficacia operativa”.
Nonostante nel corso degli anni l’Ufficio si sia fatto promotore di numerose indagini e studi di non trascurabile rilievo, non sempre ha avuto “vita facile”. Repubblica il 19 dicembre 2006, riporta la notizia secondo cui Gianfranco Tatozzi, allora a capo del Commissariato, consegna le sue dimissioni. Tatozzi, si legge nell’articolo, “accusa ilgoverno di non voler fare sul serio nella lotta alla corruzione [...] parla del decreto Bersani che entro il 4 gennaio impone a strutture come la sua un rinnovo tramite decreto del Presidente della Repbblica” indicando il suddetto limite come “impossibile da rispettare, e quindi non è altro che un modo silente e surrettizio per cancellare l’alto commissariato”. Tatozzi lascia l’ufficio nel pieno di un’azione molto importante realtiva alla vendita di immobili pubblici in particolare quelli ceduti da Inps e Impdai. L’indagine verrà conclusa nell’ ottobre dello stesso anno e il Commissariato manterrà le sue funzioni.
Fino al mese scorso. O meglio fino al 25 giugno 2008, quando con decreto legge n. 112 (art.68 comma 6) il Governo sopprime il suddetto Ufficio e si riserva di indicare successivamente l’amministrazione a cui vengono trasferite le sue funzioni.
A nulla sono servite le proteste dei segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, o il disappunto di Drago Kos, presidente del GRECO (Group of States against Corruption), che in una lettera indirizzata all’Alto Commissario Vincenzo Grimaldi, epsrime la sua preoccupazione e teme che “l’Italia stia per faredei passi indietro in una situazione nella quale non esiste una reale volontà politica di combattere la corruzzione”.
Il commissariato verrà comunque chiuso ad agosto.
La cosa sconcertante è che tutto ciò avverrà nell’indifferenza più totale. Tutt’oggi le fonti che parlano di quanto sta accadendo sono davvero scarse. A parte qualche riga scritta da Il Sole 24 ORE e da Information, l’unica testata che ne parla in maniera più approfondita è il Financial Times in un articolo del 18 luglio, che oltretutto sottolinea come (mia trad.) “solo la scorsa settimana al G8 in Giappone, Mr Berlusconi ha lodato il lavoro del suo Alto Commissario contro la corruzione, che nominò nel 2003. Ma non menziona che un decreto legge del 25 giugno dell’Ufficio del Primo ministro avrebbe soppresso la commissione ad agosto”.
Tutto il resto della stampa tace.
Vigliacco opportunismo nonchè stumentalizzazione
La Repubblica on-line riporta oggi, sotto la voce “rubrica” (sarà poi degna di essere chiamata così?), un articolo scritto ieri dall’ormai amatissimo Travaglio il cui titolo è – indovinate – “Impari opportuntà”. A cosa vorrà mai riferirsi quest’uomo? Ma vediamo…
Travaglio riporta due notizie:
“Mara Carfagna appare più o meno come Eva nel paradiso terrestre, comunque ricolma di intensa sensualità. In piedi, a seno scoperto, la futura ministro delle Pari opportunità, scultorea, come anche distesa dentro una rete da pesca, o languida in un groviglio di maschioni, opportunamente pelati. Le pose sono quelle tipiche dei calendari, per loro natura nemici giurati dell’ironia, per cui lei ora si spreme un pompelmo in bocca, ora depone il piedino nelle mani callose di un anziano pescatore, in verità stranamente impassibile, e nei pressi c’è pure un somaro, il che aumenta la silenziosa fissità dell’immagine” (Filippo Ceccarelli, La Repubblica, 18 maggio 2008).
“Veneto: dodicenne vendeva sue foto sexy per comprare vestiti firmati Treviso, choc in scuola media. Ora ragazzina seguita da psicologo. Foto sexy in cambio di soldi per avere quei vestiti alla moda che i genitori non volevano comprarle. Protagonista una studentessa 12enne delle scuole medie di Treviso che si fotografava seminuda con il videofonino nei bagni dell’istituto e poi vendeva i suoi scatti osé ai compagni, al costo di 5 o 10 euro. Della vicenda si sta occupando il provveditore agli studi, Maria Giuliana Bigardi, che, come si legge sul quotidiano La Tribuna, si dice ‘preoccupata per la crescente disattenzione delle famiglie nei confronti dei figli’. La storia è venuta alla luce casualmente grazie ad un professore che, preoccupato che la giovane fosse finita nella rete di qualche pedofilo, ha avvisato il provveditorato. Ora la ragazzina è seguita da uno psicologo e i genitori hanno deciso di trasferirla dal prossimo anno in un altro istituto” (Apcom, Roma, 28 giugno 2008).
Alcune considerazioni soltanto:
posto che è condivisa ormai da tutti l’opinione secondo cui il mondo dei mass-media, o meglio lo squallido utilizzo che più spesso se ne fa ha portato ad un generale decadiemento dei valori che ci erano propri anche solo una decina di anni fa;
considerato che i mass-media non sono Mara Carfagna;
evidenziato che la notizia della ragazzina dodicenne di Trieste risale addirittura al 28 giugno 2008, in definitiva a 14 giorni prima della stesura della “rubrica” sopra citata;
Possiamo concludere che:
a meno che Travaglio non sia in grado di argomentare la caduta dei valori tradizionali che hanno portato ad una generale identificazione del proprio corpo come merce di scambio, con conseguenti riferimenti filosofici e pedagogici e con un analisi seria della degenerazione della comunicazione di massa e dell’uso che se ne fa, io credo che il “giornalista” sopra indicato non possa permettersi di strumentalizzare un avvenimento del genere esclusivamente per attaccare una personalità, politica o dello spettacolo poco importa.
Perchè oggi parlare di precariato è facile. Scritto lunedì 28 aprile 2008
LA GRAZIA DEL PRECARIATO
<<L’ossessione del “giovane” cinema italiano è il precariato, quel diffuso stato di incertezza, provvisorietà, malsicurezza che accompagna molti giovani alle prese con il lavoro. D’altronde nella stessa parola precarietà c’è la precis latina, la preghiera, a significare una condizione che si ottiene con suppliche o si concede per grazia. Scorrendo alcuni titoli recenti – Giorni e Nuvole di Silvio Soldini, Le pere di Adamo di Giudo Chiesa, Parole sante di Ascanio celestino, In fabbrica di Francesca Comencini, Signorinaeffe di Wilma Labate, Cover boy di Carmine Amoroso, Riprendimi di Anna Negri e sopratutto Tutta la vita davanti di Paolo Virzì -, si dispiega un grande disegno di precarizzazione di massa. Brutti tempi.
Il luogo simbolico della percarietà è il call-center, di cui tratta il film di Virzì e di cui si è accupata di recente una sentenza della Corte Costituzionale. I call center (che, detto tra noi, paiono un labirinto di insensatezza e non aiutano mai a risolvere un problema) rappresentano lo spazio scenico della precarietà. Ma, ecco la domanda fondamentale: i call center aiutano i giovani o sono la loro nuova condanna? Avendo come punto di riferimento gli uomini di spettacolo, non posso che rifarmi a loro, a due dei migliori: Paolo Virzì e Claudio Bisio, supremo mentore di Zelig, il più trendy fra gli spettatori giovani e comici.
Virzì odia i call center, e forse ha ragione. In verità, odia anche l’unico critico che ha espresso qualche riserva sul suo film e alle Invasioni Barbariche lo ha bollato col termine ignobile di “killer”. Sono però sicuro che nel frattempo Virzì avrà già inviato un mazzo di fiori a Mariarosa Mancuso con un bigliettino di scuse. Odia i critici “non amici”, ma sopratutto i call center, fucine di sfruttamento giovanile, location infernali rette da logiche televisive.
Bisio invece ama i call center, altrimenti da anni non gratificherebbe con la sua testimonianza uno spot seriale che esalta l’utilità, l’indispensabilità, persino l’amicizia dei call center. Prima di firmare il contratto, come fa Mike Buongiorno, avrà visistato i call center, si sarà fatto un idea, no?
Difficile scegliere, anche perchè, come si diceva un tempo (quando era più facile spartire il bene dal male) i due sono di sinistra, sono guru, sono nostre guide spirituali. Virzì o Bisio? Cinema o pubblicità? Virzì regista di cinema o VIrzì regista di spot, a chi credere?>>
Aldo Grasso, da Magazine, n. 17, 24 aprile 2008
Caro Grasso,
generalmente apprezzo molto il suo “Giro di vite”. E’ uno degli appuntamenti settimanali a cui non manco mai. Devo ammettere che non sempre sono d’accordo con le cose che dice. Ma continuo comunque a leggerle assiduamente.
Tuttavia questa volta non posso che esprimere il disappunto che ho provato leggendo “La grazia del precariato”.
Le si pone una domanda che indica come “fondamentale”: i center aiutano i giovani o sono la loro nuova condanna?
Domanda giustissima, io credo. Ma come può rispondere in maniera esauriente se, solo qualche rigo prima, in una lunga rassegna di titoli cinematografici ha messo sullo stesso piano il lavoro precario comunemente definito, la situazione del lavoro nelle fabbriche negli anni ‘50, gli scioperi degli operai della Fiat degli anni ‘80, l’immigrazione?
Come fare chiarezza in un campo già di per se complicato, se lo si contamina con ambiti del tutto differenti? Ma la cosa che più di tutto mi ha rattristato è stato vedere una persona colta e preparata come lei, non rispondere ad una domanda tanto “fondamentale”, ma utilizzarla solo per attaccare il comportamento di Virzì nei confronti dei critici e le modalità con cui Bisio sceglie i suoi contratti.
Dopotutto, quella domanda lì non doveva avere tutta questa importanza.




