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Perchè oggi parlare di precariato è facile. Scritto lunedì 28 aprile 2008
LA GRAZIA DEL PRECARIATO
<<L’ossessione del “giovane” cinema italiano è il precariato, quel diffuso stato di incertezza, provvisorietà, malsicurezza che accompagna molti giovani alle prese con il lavoro. D’altronde nella stessa parola precarietà c’è la precis latina, la preghiera, a significare una condizione che si ottiene con suppliche o si concede per grazia. Scorrendo alcuni titoli recenti – Giorni e Nuvole di Silvio Soldini, Le pere di Adamo di Giudo Chiesa, Parole sante di Ascanio celestino, In fabbrica di Francesca Comencini, Signorinaeffe di Wilma Labate, Cover boy di Carmine Amoroso, Riprendimi di Anna Negri e sopratutto Tutta la vita davanti di Paolo Virzì -, si dispiega un grande disegno di precarizzazione di massa. Brutti tempi.
Il luogo simbolico della percarietà è il call-center, di cui tratta il film di Virzì e di cui si è accupata di recente una sentenza della Corte Costituzionale. I call center (che, detto tra noi, paiono un labirinto di insensatezza e non aiutano mai a risolvere un problema) rappresentano lo spazio scenico della precarietà. Ma, ecco la domanda fondamentale: i call center aiutano i giovani o sono la loro nuova condanna? Avendo come punto di riferimento gli uomini di spettacolo, non posso che rifarmi a loro, a due dei migliori: Paolo Virzì e Claudio Bisio, supremo mentore di Zelig, il più trendy fra gli spettatori giovani e comici.
Virzì odia i call center, e forse ha ragione. In verità, odia anche l’unico critico che ha espresso qualche riserva sul suo film e alle Invasioni Barbariche lo ha bollato col termine ignobile di “killer”. Sono però sicuro che nel frattempo Virzì avrà già inviato un mazzo di fiori a Mariarosa Mancuso con un bigliettino di scuse. Odia i critici “non amici”, ma sopratutto i call center, fucine di sfruttamento giovanile, location infernali rette da logiche televisive.
Bisio invece ama i call center, altrimenti da anni non gratificherebbe con la sua testimonianza uno spot seriale che esalta l’utilità, l’indispensabilità, persino l’amicizia dei call center. Prima di firmare il contratto, come fa Mike Buongiorno, avrà visistato i call center, si sarà fatto un idea, no?
Difficile scegliere, anche perchè, come si diceva un tempo (quando era più facile spartire il bene dal male) i due sono di sinistra, sono guru, sono nostre guide spirituali. Virzì o Bisio? Cinema o pubblicità? Virzì regista di cinema o VIrzì regista di spot, a chi credere?>>
Aldo Grasso, da Magazine, n. 17, 24 aprile 2008
Caro Grasso,
generalmente apprezzo molto il suo “Giro di vite”. E’ uno degli appuntamenti settimanali a cui non manco mai. Devo ammettere che non sempre sono d’accordo con le cose che dice. Ma continuo comunque a leggerle assiduamente.
Tuttavia questa volta non posso che esprimere il disappunto che ho provato leggendo “La grazia del precariato”.
Le si pone una domanda che indica come “fondamentale”: i center aiutano i giovani o sono la loro nuova condanna?
Domanda giustissima, io credo. Ma come può rispondere in maniera esauriente se, solo qualche rigo prima, in una lunga rassegna di titoli cinematografici ha messo sullo stesso piano il lavoro precario comunemente definito, la situazione del lavoro nelle fabbriche negli anni ‘50, gli scioperi degli operai della Fiat degli anni ‘80, l’immigrazione?
Come fare chiarezza in un campo già di per se complicato, se lo si contamina con ambiti del tutto differenti? Ma la cosa che più di tutto mi ha rattristato è stato vedere una persona colta e preparata come lei, non rispondere ad una domanda tanto “fondamentale”, ma utilizzarla solo per attaccare il comportamento di Virzì nei confronti dei critici e le modalità con cui Bisio sceglie i suoi contratti.
Dopotutto, quella domanda lì non doveva avere tutta questa importanza.
Scritto martedì, 1 aprile 2008
Leggendo il quotidiano stamattina quasi faticavo a crederci. Su tutte le prime pagine dei giornali era riportata la notizia delle polemiche seguite alla nomina di Milano come città ospitante l’expo 2015.
La cosa che lascia basiti, a tratti increduli, è che la coalizione che con molta probabilità sarà a capo del prossimo Governo, non si fa scrupoli ad utilizzare a scopo lesivo un successo che, in questo particolare momento di crisi dovrebbe unire il Paese. Il Giornale è in prima linea nell’impiego di un simile evento a scopo di propaganda elettorale. Propaganda elettorale sporca, mi sentirei di aggiungere. Sporca perchè fondata sulla denigrazione dell’avversario piuttosto che sull’esposizione di un programma di Governo adeguato ed efficiente. Non che la sinistra si stata in grado di fare di meglio.
L’unica cosa che mi sento di dire a riguardo è che la colpa non è dei nostri politici. La colpa è soprattutto nostra. Siamo stati così abituati a essere presi in giro dai nostri deputati, ad essere sottoposti ai loro interessi particolari, a guardarli entrare ed uscire dalle aule dei tribunali, che abbiamo cominciato a pensare che tutto ciò fosse giusto, che tutto ciò fosse normale, che fosse questo il vero “fare politica”.
Non so voi, ma io credo che l’Expo non ce lo siamo meritato. Io credo che in questo frangente persino la Turchia sarebbe stata in grado di fare meglio.
IL GIORNALE: “Berlusconi esulta: grande successo nonostante Prodi”
LA REPUBBLICA: “Expo: scontro Prodi – Berlusconi
IL CORRIERE: “Expo 2015, ha vinto Milano”
LIBERO: “Milano si prende l’Expo. Prodi e Berlusconi si prendono a sberle”
L’UNITA: “A Milano l’expo 2015″




